Antonio Polito: “La mia filosofia? L’interismo liberale”

(Intervista pubblicata dal settimanale “Altri”)

Le opinioni che lo confortano, lisciando il pelo alle convinzioni, non lo interessano. “Amo di più le opinioni che sfidano il mio punto di vista, le controversie, trovo che mi arricchiscano di più”. Sarà anche per questo che Antonio Polito, fondatore ed ex direttore de Il Riformista, ora editorialista del Corriere della Sera, accetta di buon grado un’intervista con questo giornale, pur sapendolo così distante dalle sue idee riformiste e blairiane e sfidando gli snervanti sgambetti che la rete telefonica assesta a una conversazione fatta durante un viaggio in treno. “Se cade la linea, mi richiami per favore”, si sincera Polito.

La linea cade più volte, in effetti, ma il filo del discorso non s’interrompe mai. Partiamo da un commento che Polito scrive su Twitter subito dopo l’attentato alla scuola di Brindisi: “Qualche giorno fa dissi che c’era il clima giusto per una svolta a destra. Adesso è perfetto per una svolta a destra”.

Può essere più esplicito?

È un po’ quello che è successo nel biennio 92-94.  Vedo molte somiglianze tra ieri e oggi. Ora come allora c’è una grave crisi finanziaria, una crisi dello stato che non riesce più a finanziarsi fiscalmente, una crisi della moneta, una crisi del sistema politico e adesso – come in passato – si sta determinando un allarme di ordine pubblico. Allora furono le cosiddette stragi terroristiche della mafia. Oggi ci sono questi ambigui e strani fenomeni di violenza: la gambizzazione del manager Ansaldo a Genova, questa misteriosa – molto misteriosa – bomba di Brindisi.

Cosa prefigura questo scenario?

Allora gli italiani reagirono affidandosi a un uomo della provvidenza, estraneo al mondo della politica, che prometteva di mettere le cose a posto. È questo che intendo per svolta a destra. Un torsione autoritaria, con la quale si cerca un uomo forte a cui affidarsi. Leggi l’articolo completo

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Lo strano caso del dottor Monti e la signora Thatcher

Sembra di stare nel romanzo di Louis Stevenson Lo strano ccaso del Dottor Jackill e Mr Hyde  oramai, con Mario Monti e le cose che si dicono sul suo conto. Appena asceso alla presidenza del consiglio è stato tutto un tripudio di olè, bravo, quanto è elegante il loden, signora mia quanto ci mancava la sobrietà, le persone per bene, la serietà, il rispetto internazionale, e via  elogiando. Cento e rotti giorni dopo, si scopre che il nostro presidente del consiglio e il suo laureatissimo governo non è affatto disceso tra noi italiani per “regalarci le caramelle” (copyright Elsa Fornero) e che va bene il loden e l’austerità ma c’è da tagliare con l’accetta.

Così, dai cilindri dei giornali, fuoriesce l’ombra del Dottor Monti: la signora Thatcher. Il primo a evocarla è stato Massimo Giannini, il vicedirettore di Repubblica, all’indomani della proposta di riforma del mercato del lavoro e dell’articolo 18. “Caduto un tabù, può cadere anche un governo”, scriveva il Massimo repubblicano, accorgendosi solo allora – poverino – che il governo che lui e il suo giornale avevano sostenuto penne e bagagli aveva compiti precisi e dolorosi, peraltro messi nero su bianco da una missiva della Banca Centrale Europea recapitata all’Italia nella piena calura estiva dell’anno scorso.

Dunque, uno spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro di Margaret Thatcher, che, per il prestigiosissimo Wall Street Journal, ha assunto le sembianze di Mister Monti Mario, il quale, seguendo le mosse della Lady di Ferro, ha annunciato che “andrà avanti nella riforma della nota la legge sul lavoro, con o senza il consenso dei sindacati”.

Ma naturalmente, i fantasmi non sempre sono graditi, e più di uno cerca di scacciarli. Da par suo Jacopo Barigazzi c’ha provato su Linkiesta:

No Monti non è la Thatcher – scrive – come sostiene il Wall Street Journal, e né può esserlo, per almeno quattro ragioni: a) la baronessa ha vinto delle elezioni, il nostro è, al meglio, l’uomo del Colle b) la baronessa aveva dietro un partito solo, il suo, i conservatori c) la baronessa poteva per questo esercitare una politica di destra senza curarsi del resto dell’equilibrio politico d) la baronessa fu l’inizio degli anni della Reaganomics che sono però finiti nel disastro che abbiamo sotto gli occhi.

E però, gira e rigira, tutte le strade riportano a Repubblica. Dove il Fondatore, Eugenio Scalfari, non è affatto d’accordo con la tesi del direttore del giornale, Ezio Mauro. Il primo infatti continua a sostenere con pochi se e senza ma il governo; il secondo invece ha scoperto che così non va. Così, ieri mattina, il Fondatore ha costretto Ezio Mauro a chiamare su a Londra John Lloyd e farsi raccontare come stanno veramente le cose:

Mario Monti non è Margareth Thatcher – ha rassicurato oggi Lloyd sulla prima pagina di Repubblica -. In realtà Monti non è neppure un politico nel senso comune della parola. Meglio dichiaralo subito per evitare equivoci.

Ecco, bene: meglio dichiararlo subito. A Via Solferino sono combattuti, combatutissimi. C’è chi tira la giacca da una parte, c’è chi la tira dall’altra. Ma messe così le cose, è vecchia scuola. Un colpo al cerchio. E un altro alla botte.

Contro l’antimafia della vendetta

Servizio Pubblico, la trasmissione di Michele Santoro, ieri sera è stata mandata in onda un’intervista ad Angelo Provenzano: il figlio di Bernando, il Capo dei Capi. “È la prima volta che un figlio di un boss della mafia decide di parlare alle telecamere”, avvisa il sommarietto che presenta il video sul sito del programma. Alcuni hanno detto che non doveva essergli consentito di fare il suo comizietto in televisione. Altri hanno trovato interessante e istruttivo sentire la sua viva voce. In ogni caso, non è questo ciò che ha fatto scandalo.

Lo scandalo è stato provocato dal fatto che Angelo ha sostenuto che suo padre sia ormai in condizioni “neurologiche” drammatiche. Tali da spingere lui e i suoi legali a chiedere che Bernando Provenzano venga sottoposto a una perizia medica per accertare se sia ancora nelle condizioni fisiche e psichiche per continuare la detenzione in carcere o se esistono i presupposti per chiedere che venga curato fuori dalla galera, nei modi previsti dalla legge.

La giornalista che lo intervistava, Dina Lauricella, gli ha obiettato che questa storia della malattia potrebbe essere soltanto una strategia furba per ottenere degli sgravi di pena e bloccare anche gli altri processi che sono legati a lui. Ma è proprio per questo, ha insistito Angelo Provenzano, che chiediamo che vengano accertate le sue condizioni di salute da persone terze, come previsto dai codici.

Sulla pagina Facebook di Servizio Pubblico è allora partita la domanda: “Dopo che avete sentito l’appello accorato del filgio, ritenete che a Bernando Provenzano debbano essere garantiti i diritti previsti per i normali detenuti?”. Più del novanta per cento ha risposto che no, a Bernando Provenzano non devono essere garantiti i diritti previsti per i normali detenuti. Perché è un mafioso. Anzi è il capo della mafia. E questo fa di lui “un detenuto eccellente” – per usare la definizione Dina Lauricella – con il quale lo stato deve agire dichiarando lo stato d’eccezione.

L’idea dello stato di diritto e della democrazia, tuttavia, si basa esattamente sul principio opposto: siamo tutti uguali davanti alla legge. Non esistono né imputati né detenuti eccellenti. Che il reo si chiami Bernando Provenzano o Renato Curcio o Silvio Berlusconi, fa lo stesso: la legge è uguale per tutti.

Nel nostro paese, infatti, si è dibattuto a lungo sui limiti che è legittimo introdurre alle garanzie costituzionali per  facilitare la lotta alla mafia. E alcune forzature sono state compiute. Nessuno si è mai sognato di dire però che ci sono casi in cui è necessario sospendere tutte le garanzie previste dalla costituzione per punire come si deve un criminale della risma di Bernando Provenzano. Come fa implicitamente la domanda posta da Servizio Pubblico.

Naturalmente non ci devono essere equivoci. Chi scrive è nato in Calabria, dove la ‘ndrangheta e il malaffare sono pane quotidiano, e sa bene da che parte stare. Ma il problema non è solo stare dalla parte giusta: è starci anche nel modo giusto. L’idea che in nome della lotta alla mafia si possa mandare in cavalleria l’intero impianto dello stato di diritto e della democrazia è sbagliato e controproducente. Sia perché in nome delle buone intenzioni si possono commettere i peggiori crimini. Sia perché è proprio in nome della democrazia e dello stato di diritto che è giusto combattere la mafia: che invece è prepotenza, arroganza, gerarchia, prevaricazione, disprezzo della dignità umana. Come diceva Leonardo Sciascia, bisogna stare molto attenti a farsi guidare dal desiderio di vendetta. Si corre il rischio di sostituire al simbolo della giustizia (“la bilancia”) quello dei giustizieri (“le manette”). E non sarebbe un belvedere.

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Carmelo Bene, uno nessuno e centomila

Carmelo Bene diceva di non essere mai nato. Figurarsi se poteva morire. Quello che se ne è andato dieci anni fa, mancando per un soffio al funerale da vivo che aveva preparato minuziosamente col sindaco di Otranto, è soltanto uno dei suoi milioni di io – nemmeno il più importante. Chi gli è stato amico e quell’io l’ha visto in atto ne sente oggi una mancanza irreparabile. Chi è venuto dopo e incontra gli altri milioni di ego disseminati nelle sue opere – Sono apparso alla MadonnaNostra Signora dei Turchi‘l mal de’ fiori, tanto per citarne alcune – rimane spiazzato dal loro talento irregolare, contundente, acceso, a un soffio dalla follia. Carmelo Bene è uno e molteplice. Non ha e non potrà mai avere eredi, perché non ha nessuna eredità da lasciare. La fondazione che volle dedicare a se stesso si chiamavaL’immemoriale.
E il meglio che si possa fare per quello che di lui se n’è andato è dimenticarlo. Il resto è un dono da saccheggiare senza sosta e pietà. Per i dieci anni della sua morte, Giancarlo Dotto – che dell’artista è stato un amico fraterno – ha pubblicato per Tullio Pironti editore un Elogio di Carmelo Bene: quaranta paginette che divertono e commuovono, facendo avvertire al lettore la fatica e l’estasi che significava stargli accanto. «Nessuno, uomo, donna, compagna, amico, attrice, poteva resistere al tuo fianco più di due, tre anni, senza ridursi a un caso psichiatrico o a una larva da buttare. Carmelo – continua Dotto – era un fuoco sempre acceso, ustione allo stato puro. Era troppo per chiunque, anche per se stesso».
È fatica sprecata scrivere di lui su un giornale politico cercando di trarne qualche utilità pratica.
Carmelo Bene è l’artista più impolitico della storia d’Italia. Nessuno è riuscito mai a schierarlo tra le sue truppe o portarlo anche solo per un attimo dalla sua parte. Si possono leggere e rileggere le sue pagine ma non si troverà un appiglio che sia uno per sostenere una qualsivoglia causa. Tutti gli schieramenti politici, semmai, possono ricavare dalla sua vita e dalle sue opere motivi d’imbarazzo e disgusto.
Quelli di sinistra che lo hanno amato e lo amano ancora arrossiscono nel ripensare alla volta in cui in Puglia, all’inaugurazione di un museo, venne contestato da un drappello di giovani disoccupati e lui, anziché ascoltare le loro ragioni, si avvicinò al primo che gli venne sotto – il più giovane – e gli sputò in occhio, urlandogli: «Vergognati, alla tua età già a cercare lavoro!».
Da par suo la destra ha solo da allontanarsi mille miglia da un uomo che si è sempre detto «anti-italiano», odiava lo Stato e non perdeva occasione per dissacrare l’autorità. Nella biografia che ha scritto con Giancarlo Dotto (ancora lui) – Vita di Carmelo Bene, Bompiani – solo due politici si salvano dalle sue invettive. Sandro Pertini, che era suo amico. E Aldo Moro, «l’unico politico decente che ha avuto forse questo paese». Attore, scrittore, poeta, intellettuale. Carmelo Bene diceva che non bisognava fare dei capolavori, ma essere dei capolavori. Nessuno nel teatro italiano ha mai più avuto una voce come la sua: inquietante, abissale, angelica. È stato capace di radunare alle letture nei palazzetti dello sport folle di ragazzi, come facevano i Rolling Stones ai loro concerti, con la differenza però che il suo non era solo rock ‘n roll ma il canto dei versi di Dino Campana, Giacomo Leopardi, Dante Alighieri.
Tutti quelli che non sanno spiegarsi in cosa consista esattamente la sua grandezza dovrebbero disinteressarsi al significato della sua opera (è stato proprio il significato il suo primo nemico) e abbandonarsi completamente all’ascolto di ciò che fece sulla Torre degli Asinelli di Bologna quel 31 luglio del 1981: quando, a un anno dalla strage nella stazione centrale, venne invitato a commemorare le vittime dell’attentato.
Lesse la Divina Commedia a duecentomila persone assiepate in religioso silenzio ad ascoltare l’orrore e lo stupore, l’abisso e la sommità, il culto e il bagliore a cui poteva condurre quella voce che non si può raccontare. Bellezza allo stato puro.
Ma Carmelo Bene sapeva tenersi alla larga dalle torri d’avorio. Amava il calcio e il tennis. Perché era convinto che nel tocco di palla del Brasile, nelle finte di Marco van Basten, così come nelle volée di Edberg, si poteva incontrare l’atto, ossia l’attimo in cui si manifesta l’infinito, né più e né meno di quanto può accadere nell’arte, nel teatro, nella musica. Con Enrico Ghezzi scrisse un libricino apposito, Discorso su due piedi (il calcio), per argomentare queste e altre vette che lo sport poteva raggiungere.
Ora, in questi giorni di commemorazione, tutti sono convinti di sapere cosa sia stato Carmelo Bene. Ma ha ragione Giancarlo Dotto, quando raccomanda di non fidarsi di nessuno: «Non ne sapremo mai abbastanza», scrive. Perché Carmelo Bene continua a parlare anche dall’al di là. Fedele all’epitaffio – rubato al Marchese De Sade – che avevo scelto per il suo funerale in vita: «Mi ostino a vivere, perché anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi».

(articolo pubblicato da Europa)

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Per il reddito di cittadinanza.

«La parola lavoro è molto più antica della divisione destra e sinistra». Franco Piperno, attivista politico, professore di fisica e fondatore insieme a Toni Negri e Oreste Scalzone di Potere Operaio, inizia così a ragionare col nostro giornale intorno al significato e l’attualità di una lemma così importante per la sinistra. «La frattura politica – ragiona Piperno – si dà quando cominciamo a parlare di lavoro salariato. Che è stato il paradigma del lavoro nelle società industriali. Il lavoro salariato si caratterizza – oltre che per il salario come corrispettivo di mansioni effettuate – per il carattere assolutamente ripetitivo dell’attività. Cosa che non lo rende affatto desiderabile alle persone che sono costrette a svolgerlo».

Ma ora questo lavoro è entrato in crisi.

È per questo che dovremmo recuperare un’idea del lavoro come attività. Cioè un lavoro legato al piacere. Naturalmente in questo piacere non c’è niente di vanesio: ogni lavoro è anche fatica. Il piacere significa che nel lavoro l’uomo può realizzarsi, come un atleta si realizza nella corsa. ll lavoro sarebbe così l’assolvimento di una vocazione.

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Quel pallonaro di Carmelo Bene

La sua rubrica su Tele+ si chiamava, non a caso, L’extra-ordinario nel calcio: non tutti capivano perché. Carmelo Bene appariva ogni settimana in un video di due o tre minuti, con le sue borse nere agli occhi, sciorinando brevi considerazioni sulla settimana calcistica. La sua faccia pallida si stagliava sullo schermo davanti agli scaffali ricolmi di libri, a mezzo busto, un opinionista strambo e fuori luogo. Alla seconda puntata se la prese con quelli che gli avevano fatto i complimenti la volta precedente. «Rivolgo un invito a non minimizzare, pur con un certo fair play, i miei fin troppo sintetici interventi. Complimentandoli – si fa per dire – sublimi, fantasiosi, catastrofici, apocalittici e, quel che è peggio, provocatori. Io non provoco e non ho mai provocato un bel niente e nessuno».

Carmelo Bene amava il calcio e lo seguiva. Non per quel vezzo che hanno certi intellettuali di mescolare cultura alta e cultura bassa. (Naturalmente credendo di risiedere nell’alto dei cieli e di concedere con la loro attenzione una discesa nella bassezza della plebe). Carmelo Bene amava nel calcio ciò che c’è di straordinario. L’atto, non l’azione. Perché l’atto è disintenzionato, è oltre la volontà e il pensiero. È una manifestazione dell’infinito. E quello che supera l’ordinario non conosce altezze o bassezze: eccede il pensiero, va al di là dei concetti, si manifesta come puro attimo. Che ciò avvenga nel teatro, nel cinema, nella musica, nella televisione, nel calcio, nel tennis, nella boxe, poco importa. L’attimo è attimo ovunque (e secondo Bene si rivela molto più di frequente nello sport che altrove).

In un libricino che scrisse insieme Enrico Ghezzi, sotto forma di dialogo, Discorso su due piedi (il calcio), Carmelo Bene torna più volte su ciò che lo spinge a stare davanti alla tv o allo stadio a vedere una partita di pallone. «Nell’eccesso dello sport, del gesto atletico – spiega – tu puoi vedere al di là della fatica, del facchinaggio. Quando si è nell’atto, si entra nel disumano. Almeno, ci si avvicina al disumano. Queste macchine, quando sono nel disumano mi lasciano senza fiato». «Il bello è che non c’è bisogno di essere degli intenditori – prosegue poco più in basso – perché senti che centomila persone sono in sintonia con questo fiato nostro. Un fiato sospeso. E questo levar di fiato collettivo, annienta il collettivo, ma al tempo stesso annienta la comunicazione. Annienta la visione. Annienta anche l’ascolto. Per quel momento, quei centomila all’Olimpico non sono in sé. Non ci sono».

La superbia degli intellettuali di cui sopra, tende a pensare che il godimento sia prerogativa soltanto della comprensione: cioè loro. Ma si sbagliano. «Il mozzafiato glielo dà solamente l’immediato. E tutti quanti lo sentono. Questo è strano, che sentano tutti. Quindi non ci vogliono specialisti, degli osservatori specializzati». È una questione d’emozione. «L’emozione io me la devo andare a cercare nel Brasile, oppure nel rugby neozelandese, oppure in Jordan, non so, nell’N.B.A., nel basket o negli Edberg del tennis, ma non posso andare a cercarmela in una sala teatrale. Scherziamo?». No, affatto.

 

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Quando il giornalismo è donna (e del Sud)

Ad Adele Cambria il sud è rimasto impigliato nella lingua. In quella erre pronunciata in battere, doppia, che sono capaci di sillabare così solo quelli di Reggio Calabria: i ‘rriggitani. Quella erre accentata, che si ferma a un passo dalla Sicilia, ha resistito a tutte le emancipazioni e le liberazioni, alle letture femministe e a quelle marxiste, come un marchio di fabbrica. Perché il sud è bugia. Inganna chi ci sta e chi lo guarda da lontano, col naso all’insù. Ma ha il suo modo di rivelarsi: alla lunga. Adele Cambria è una donna minutissima e inespugnabile. Nella vita ha fatto e fa la giornalista e la scrittrice. Ha lavorato nei più grandi giornali italiani, e da più o meno tutti se ne andata. Per protesta, dimettendosi. Il suo libro di memorie, Nove dimissioni e mezzo (Donzelli), è un racconto della sua vita nel mondo dell’informazione scandita dai suoi congedi. Adele ha cominciato come cronista di costume. Poi è stata femminista e donna di sinistra. Le affinità l’hanno stretta alle persone, le divergenze l’hanno allontanata dalle mansioni. Ogni volta che qualcuno saliva sino ai vertici del potere Adele Cambria faceva armi e bagagli: «Non sono mai stata disposta a pagare i prezzi che il potere comporta», spiega. La sua non è diffidenza, è estraneità al potere. La Calabria, da dove viene, è sempre stata così: lontana dal potere, il cui centro è sempre stato altrove. A Napoli, a Palermo, a Roma. Non è un caso che la rivolta più spiazzante dell’era repubblicana, quella di Reggio Calabria 1970, abbia avuto luogo proprio qui: per chiedere che il potere si avvicinasse. La demonizzazione che ha subito quella sollevazione ne ha poi impedito la degna sepoltura. Infatti ora che è tempo di forconi e camionisti, il suo fantasma ha ripreso a disturbare il sonno dei governanti centrali.

Cambria, lei si è occupata a lungo della rivolta di Reggio, che oggi viene rievocata per paragonarla a quella dei forconi. Cosa ne pensa?

Sui forconi, l’ottica che ho trovato più giusta è quella di Emanuele Macaluso. Il quale ha scritto che la Sicilia è sempre in rivolta, e che c’è sempre la mafia. Non si può distinguere. Poi lui insiste sull’assenza dei partiti. Ma quando i partiti c’erano, hanno fatto anche sconcezze. Lui è molto legato al partito ma ormai i movimenti contano. Io mi ricordo che una volta, al Messaggero, andai da Italo Pietra per chiedergli se potevamo pubblicare un documento delle femministe, e lui mi disse: «Cara Cambria, io interloquisco coi partiti, non coi movimenti». Io invece interloquisco coi movimenti. Leggi l’articolo completo

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Prigionieri della tradizione

Marcello Veneziani sul Giornale si è subito chiuso a riccio. Attribuendo a Maurizio Bettini e al suo libro Contro le Radici (Mulino, 107 pp., 10 euro) la malintenzione di volerci sradicare. Il Foglio, invece, ha trovato nel volume molti spunti su cui riflettere. Questi due atteggiamenti contrapposti riflettono bene sia la difficoltà di mettere in discussione il paradigma dell’identità – nell’epoca in cui questa ansia di definirsi rigidamente è tornata in auge – sia la possibilità di allargare il campo delle discussione. «Che è poi il motivo per cui ho scritto il libro», confessa Bettini a Europa. Il quale, da filologo qual è, non pretende affatto di custodire la verità e di volerla rivelare agli altri. Ma invita a mettere in discussione le parole e le immagini che utilizziamo. Soprattutto se si tratta di metafore che innervano tutta la nostra cultura, come facevano notare nel loro Rizoma Gilles Deleuze e Félix Guattari. I quali, pur venendo da discipline e formazioni diversissime da quella di Bettini, sarebbero stati d’accordo con lui sulla necessità di abbandonare l’immagine delle radici per definire l’identità, utilizzando al suo posto quella del fiume. «La cantante americana Patti Smith – scrivono Deleuze e Guattari – canta la Bibbia del dentista americano: non cercate radici, seguite il canale».

Professor Bettini, è curioso che un classicista come lei arrivi a queste stesse conclusioni.

Al di là di ciò che si studia, credo sia un dovere essere onesti di fronte alla cultura che ci circonda. Sono assolutamente certo, l’ho ripetuto tante volte, che noi abbiamo ereditato molti dei nostri modi di pensare, di vedere il mondo e di costruire la vita sociale dall’antichità. Questo non significa che la nostra identità collettiva sia formata esclusivamente dal mondo antico. Come non credo che la nostra identità collettiva debba essere determinata dalla cultura cristiana. È questa idea di voler determinare la cultura collettiva in base a un’eredità del passato che io non accetto. Non accetto il principio che qualcuno mi dica qual è la mia cultura. C’è una libertà di scegliersi la propria identità culturale. Leggi l’articolo completo

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Il Bene nel pallone

“Io amo nel calcio ciò che c’è di extra-ordinario”.

“Io non provoco, e non ho mai provocato un bel niente e nessuno”

“I grandi solisti nel calcio sono atleti che sanno giocare insieme”

“Questo anti-gioco è un italico marchio atavico. Me ne infischio delle eccezioni, è una regola”

“Visto che non possiamo cambiare patria, cambianmo argomento”

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Il Sommo Bene

Carmelo Bene and Sandro Pertini

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